La storia di Giuseppe Mario Germani

GIUSEPPE MARIO GERMANI
Il medico perseguitato per aver aiutato Matteotti 

La storia è di quelle da ricordare. Peccato che invece la Storia, quella con la S maiuscola, l’abbia dimenticata. Eppure negli anni Trenta il caso Germani fu soprattutto in Europa, come ricorda ora Gabriele Antonioli in “Giuseppe Mario Germani. Una vita sacrificata per l’amico Giacomo Matteotti” (Minelliana p.267, 19 euro).

una vita per l'amico matteotti

Germani era un giovane medico polesano. Aveva potuto studiare grazie all’aiuto di Giacomo Matteotti, era vagamente socialista, ma soprattutto quando i fascisti uccisero il suo amico e protettore non si tirò indietro. Ai funerali fu tra i sei che osarono portare a braccia la bara di Matteotti. E fin qui, più o meno, si tratta solo di amicizia. Poco dopo cominciarono le persecuzioni fasciste. Germani fu schedato, minacciato, decise di fuggire in Francia, col sostegno di “Giustizia e libertà”, il movimento dei fratelli Rosselli cui era vicino. Solo che in Francia lo raggiunsero lettere della moglie di Matteotti che chiedeva a lui, vecchio amico, di aiutarla ad emigrare oltralpe.

Germani si consultò con gli emigrati di Giustizia e libertà e decise di tornare in Italia per aiutare i Matteotti. Peccò di leggerezza. Vero che Germani non era accusato di nulla, ma che fosse fra le persone invise al fascismo è indubbio. Dunque tornò in Italia, fu arrestato, accusato di terrorismo e rinchiuso in carcere.

Il caso non poteva non commuovere: un uomo che si sacrifica per consentire alla famiglia del martire Matteotti di mettersi in salvo. Si mobilitò Benedetto Croce, l’unico antifascista che potesse ancora alzare la sua voce in Italia. Ma del suo caso parlarono i giornali di tutta Europa e Stefan Zweig, il grande scrittore austriaco (ricorda la vicenda in “Il mondo di ieri”), arrivò a scrivere a Mussolini per chiedere la grazia per lo sventurato medico. Grazia che arrivò, ma Germani, come ricorda nell’introduzione al libro Fabio Rugge, non trovò più pace, anche perché nel dopoguerra nessuno volle più ascoltare la sua storia, come se appartenesse ormai ad un passato da dimenticare.

Articolo di Nicolò Menniti-Ippolito tratto dal Mattino di Padova del 24/06/2014

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