L’Europa val bene una messa

I debiti non si possono tagliare, non si possono ingannare milioni di risparmiatori, ma non si può nemmeno continuare a taglieggiare popoli e a spodestare nazioni

I greci non hanno inventato solo la democrazia, purtroppo hanno inventato anche la demagogia. Le hanno sperimentate entrambe e le hanno esportate, in Europa e nel mondo, raramente con le armi, più spesso con la mite violenza della ragione. Per questo, non per caso, i più grandi filosofi dell’antichità, Platone e Aristotele, divennero critici implacabili della demagogia democratica. Cioè del dominio di chi, approfittando della democrazia e dei suoi metodi, anziché impegnarsi a dire verità scomode, difficili da accettare, conquista il favore del popolo suggestionandolo e manipolandolo con falsità e vane promesse. In buona sostanza questo è anche il profilo dei populisti di oggi. Che siano di destra o di sinistra conta meno quando sono in gioco interessi nazionali e sociali. Non solo in Grecia dove governano insieme, anche in Italia dove, dall’opposizione, Salvini e Grillo suonano la carica contro l’euro, contro il sistema di potere burocratico sovranazionale di Bruxelles, contro le banche e la finanza che “rapinano i popoli e sequestrano le nazioni”. Troppo facile? Sì, certo, ma anche troppi errori, troppi egoismi, troppa cecità da parte di questa Europa elitaria, oligarchica, immobile nei suoi dogmi contabili e politicamente opaca, insensibile.

I debiti non si possono tagliare, non si possono ingannare milioni di risparmiatori, ma non si può nemmeno continuare a taglieggiare popoli e a spodestare nazioni. Le radici della rivolta stanno qui, la rivolta è nelle cose. Ora l’entusiasmo gonfia le vele della protesta: oggi in Grecia, domani in Spagna. In Italia anche prima promettono Grillo, Salvini e i talk show esultano: join the party, welcome! E domani? Quanta ricchezza sarebbero capaci di distruggere mentre imparano a governare? Meno di quella che c’è costata la crisi finanziaria sarebbe comunque troppo. L’essenza del problema è in queste domande: si può mettere ai voti il principio di realtà e la lealtà a patti liberamente sottoscritti? Rispondendo si, il rischio è che prevalgano gli incantatori che spacciano falsi rimedi. Se diciamo no, il rischio è che prevalgano le stesse caste che hanno dettato le regole che i deboli hanno sottoscritto. Indignato con gli eccessi democratici Platone elaborò l’utopia di una Repubblica che tutto possiede e controlla sotto la guida di filosofi guardiani. Esperienza replicata più volte, e sempre tragicamente. Aristotele, col suo realismo, argomentò invece per un equilibrio tra aristocrazia (governo dei migliori) e democrazia (governo del popolo). Così fecero i romani instaurando una repubblica fondata sul con-dominio e il compromesso tra potenti e popolo, Senatus Populusque romanus. Le moderne liberal democrazie hanno costruito architetture ben più complesse e sofisticate ma pur sempre ispirate a un’analoga esigenza di equilibrio tra la volontà popolare e i principi che ne arginano lo strapotere: dalle libertà economiche alla solidarietà sociale alle regole di uno stato di diritto. La democrazia non è solo votare, altrimenti i tre milioni di greci che hanno votato no verrebbero surclassati dal sì di quaranta milioni di tedeschi. Democrazia è uno spazio pubblico e libero di discussione. Prenda Matteo Renzi l’iniziativa di una sessione del Parlamento italiano dedicata alla riforma dell’Unione Europea e a un nuovo contratto tra i suoi soci, e spinga i socialisti europeiscomparsi dai radar – a fare altrettanto a Bruxelles. È ora di convertirsi: l’Europa val bene una messa.

di Claudio Martelli

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