Causa contro Napoli: la Corte dei Conti condanna Luca Claudio, Belluco, Squarcina, Marcolongo e Tasinato

condannati dalla corte dei conti

La Corte dei Conti mette fine alla fantomatica storia del ricorso per la causa contro Napoli voluta dall’ex Sindaco di Montegrotto Luca Claudio e da quattro suoi ex Assessori.
La Corte dei Conti ha considerato tutt’altro che ponderata la condotta degli amministratori, l’azione legale degli stessi non  è stata sostenuta nè da una normale prudenza e diligenza nè tantomeno da tutte quelle decisioni preliminari che precedono la scelta di agire in giudizio o meno. L’ex Sindaco di Montegrotto Terme Luca Claudio non si è nemmeno munito dell’assistenza di persone esperte alle quali chiedere lumi prima di deliberare un’azione fatta per mera propaganda, al buio e senza cognizione di causa, chiedendo poi ai cittadini di Montegrotto Terme di pagare con i soldi delle loro tasche le sue assurde scelte assumendo una condotta negligente, palesemente avventata, priva di fondamento logico e giuridico.

 

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Questo il testo della sentenza:

Sent. n. 269/2013
LA CORTE DEI CONTI – SEZIONE GIURISDIZIONALE PER IL VENETO

SENTENZA

nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 29437 del registro di segreteria, promosso dalla Procura Regionale della Corte dei Conti per il Veneto nei confronti di CLAUDIO Luca, nato il 28.2.1971, residente in Montegrotto Terme (PD); BELLUCO Valter, nato il 10.12.1953, residente in Montegrotto Terme; SQUARCINA Luca Mario, nato il 28.2.1964, residente in Montegrotto Terme; MARCOLONGO Ivano, nato il 22.9.1970, residente in Montegrotto Terme, tutti rappresentati e difesi dagli Avv.ti Ferdinando Bonon e Diana Baraldo ed elettivamente domiciliati in Padova, via Dante n.80, presso lo studio dell’Avv. Ferdinando Bonon; TASINATO Omar, nato il 29.11.1969 e residente in Montegrotto Terme, contumace; VIGNOLI Antonio nato il 15.1.1948 e residente in Montegrotto Terme, contumace;

Visto l’atto di citazione del 6 dicembre 2012, depositato il 7 dicembre 2012 presso la segreteria di questa Sezione Giurisdizionale;

Viste le memorie di costituzione in giudizio dei convenuti Claudio, Belluco, Squarcina e Marcolongo;

Esaminati gli atti ed i documenti di causa;
Uditi nella pubblica udienza del 15 maggio 2013 il magistrato relatore, dott.ssa Luisa de Petris, il Pubblico Ministero nella persona del Vice Procuratore Generale dott. Giancarlo Di Maio, l’Avv. Ferdinando Bonon per i convenuti Claudio, Belluco, Squarcina e Marcolongo;

FATTO

Con atto di citazione, depositato nella segreteria di questa Sezione in data 7 dicembre 2012, la Procura Regionale conveniva in giudizio i nominati in epigrafe, per sentirli condannare in favore del Comune di Montegrotto Terme, nelle percentuali ivi indicate, al risarcimento del danno complessivo di € 34.564,00 oltre accessori di legge, per spese legali sostenute dall’Amministrazione in un giudizio civile.

Esponeva il Requirente che con delibera giuntale n. 15 del 24 gennaio 2008, il Comune di Montegrotto Terme aveva deliberato di citare in giudizio la Regione Campania, la Provincia e il Comune di Napoli per il risarcimento del “grave danno all’immagine e alla reputazione”, da esso subito, a causa della pubblicità negativa connessa al problema dell’emergenza rifiuti in Campania, incaricando l’Avv. Alberto Cartia di proporre l’azione risarcitoria per i suddetti danni; che con atto di citazione del 29 febbraio 2008 il Comune di Montegrotto conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale civile di Padova, sezione distaccata di Este, la Regione Campania, la Provincia e il Comune di Napoli per sentirli condannare al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi, da liquidarsi equitativamente, derivanti dalla campagna di stampa estera, denigratoria per l’Italia, sull’inadeguatezza delle istituzioni campane nel risolvere il problema dell’emergenza rifiuti; che nel giudizio erano intervenuti, quali terzi chiamati in causa da Provincia e Comune di Napoli, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Commissario Straordinario del Governo per l’emergenza rifiuti; che con sentenza n. 273 del 6 novembre 2010 il Tribunale adito rigettava la domanda, condannando l’attore a rifondere le spese di lite ai convenuti e compensando quelle relative ai rapporti tra Provincia e Comune di Napoli e terzi chiamati in causa; che la domanda era stata ritenuta manifestamente infondata ingenerando nel giudicante “il sospetto che fosse stata proposta non per finalità di giustizia ma abusando dello strumento processuale per mere ragioni di propaganda, per sostenere un ruolo politico avanti ai cittadini di Montegrotto o per altre biasimevoli ragioni”, tant’è che il Giudice stesso aveva disposto la trasmissione degli atti alla Procura erariale; che all’esito della controversia, il Comune aveva liquidato per spese legali la somma complessiva di € 26.608,10 di cui € 10.210,20 al Comune di Napoli, € 8.216,65 alla Provincia di Napoli, € 8.181,25 alla Regione Campania, nonché all’avvocato Cartia la somma complessiva di € 7.956,00.

Riteneva, quindi, la Procura che il Comune di Montegrotto avesse subito un ingiusto danno patrimoniale nella misura complessiva di € 34.564,10 derivante dalle condotte gravemente colpose degli amministratori locali che avevano deliberato di promuovere l’azione giudiziaria approvando la delibera 15/2008, nonché del funzionario responsabile del settore amministrativo, Vignoli Antonio, per aver espresso parere favorevole sulla regolarità tecnica della suddetta delibera.

Venivano, quindi, notificati inviti a dedurre cui seguivano le controdeduzioni di tutti gli invitati che eccepivano la carenza di colpa grave, atteso che le eccezioni preliminari sul difetto di legittimazione ad agire del Comune attore e la richiesta di condanna dello stesso per lite temeraria, formulate dai convenuti nel giudizio civile, erano state respinte dal Tribunale. In sede di audizione, il Sindaco aveva inoltre affermato che la decisione di agire in giudizio era stata assunta dopo aver sentito il segretario comunale e l’avvocato che non avevano espresso dubbi in proposito. Negava altresì, che alla base dell’azione vi fossero ragioni elettorali, come invece adombrato dal Tribunale in sentenza. Il funzionario Vignoli forniva separate controdeduzioni, sostenendo che il parere di regolarità tecnica servisse solo ad attestare la corrispondenza tra atto e istruttoria, la competenza dell’organo deliberante, l’insussistenza di violazioni di legge e/o regolamentari, non potendo viceversa, riguardare le ragioni di merito sottostanti alla delibera e la cui valutazione apparteneva esclusivamente alla Giunta.

Ritenendo permanere i presupposti della responsabilità amministrativa, la Procura erariale citava in giudizio gli odierni convenuti per il danno erariale derivante dall’azione giudiziaria intrapresa con colpa grave, stante la manifesta irragionevolezza ed evidente infondatezza della pretesa, riconoscibile ex ante ed indipendentemente dall’esito del giudizio. Replicava alle eccezioni sollevate nelle controdeduzioni, osservando che la legittimazione ad agire in giudizio del Comune attore non poteva essere esclusa, essendo astrattamente ipotizzabile l’azione giudiziaria di un Comune nei confronti di un altro; che la domanda di condanna per lite temeraria non era stata respinta, atteso che il giudicante non si era proprio pronunciato sul punto, pur attestando la strumentalità dell’azione, la genericità del petitum, nonché la palese infondatezza della domanda risarcitoria. Non risultavano, inoltre, espressi pareri né dal Segretario comunale, né dal legale incaricato. Quanto, invece, al parere di responsabilità tecnica espresso dal Vignoli quale responsabile del settore amministrativo, osservava il Requirente che l’oggetto del predetto parere non poteva non riguardare anche la legittimità della delibera, allegando giurisprudenza contabile in tal senso. Concludeva pertanto, chiedendo la condanna dei convenuti al pagamento della somma complessiva di € 34.564,00 così ripartita: € 6.567,00 ciascuno, ai convenuti Claudio, Tasinato, Belluco, Squarcina e Marcolongo; € 1.728,00 al convenuto Vignoli, oltre accessori di legge.

In data 27 marzo 2013 la Procura depositava presso la Segreteria della Sezione, copia del versamento di € 1.728,00 eseguito dal convenuto Vignoli in favore dell’Istituto Tesoriere (Cassa di risparmio del Veneto spa) del Comune di Montegrotto Terme.

Con un’unica memoria ritualmente depositata in data 23 aprile 2013, si costituivano i convenuti Claudio, Belluco, Squarcina e Marcolongo, contestando la fondatezza dell’assunto accusatorio per carenza di colpa grave. Dopo aver richiamato massime giurisprudenziali sulla nozione di colpa grave, deducevano che alcuna macroscopica ed inescusabile negligenza ed imprudenza poteva essere loro addebitata nell’espletamento delle mansioni e nell’adempimento dei doveri istituzionali. Nella specie, l’adozione della delibera n.15 del 24 gennaio 2008 con cui il Comune aveva determinato di promuovere l’azione risarcitoria era frutto di una scelta discrezionale, tutt’altro che palesemente irrazionale o illogica, tant’è che il Giudice ordinario aveva rigettato le avverse eccezioni di inammissibilità della domanda per difetto di legittimazione ad agire in capo all’attore, entrando nel merito della vicenda. D’altronde, il legale incaricato dal Comune non aveva manifestato alcun dubbio sulla giustiziabilità della pretesa, né sulla fondatezza della stessa. Invero, anche il segretario comunale, che aveva partecipato alla seduta e sottoscritto la delibera, non aveva sollevato alcuna censura sulla legittimità della stessa. Osservavano, inoltre, che l’avversa domanda di condanna per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., doveva ritenersi essere stata implicitamente rigettata dal giudice civile, sicché alcun addebito in questi termini poteva essere loro mosso, evidentemente perché il giudicante non aveva ravvisato, in capo all’Amministrazione attrice, la colpa grave richiesta dall’art. 96 citato. Concludevano chiedendo “In principalità, previo accertamento dell’insussistenza di colpa grave in capo agli odierni convenuti, rigettarsi la domanda così come proposta dalla Procura regionale; in subordine, ridursi in ogni caso l’addebito”. Benché ritualmente citati, non si costituivano i convenuti Tasinato e Vignoli.

All’odierna pubblica udienza, dichiarata la contumacia di Tasinato e Vignoli, il Procuratore chiedeva preliminarmente dichiararsi la cessazione della materia del contendere nei riguardi del convenuto Vignoli, avendo questi provveduto al pagamento della quota di danno a lui ascritta, come da documentazione in atti. Confermava integralmente gli addebiti nei confronti di tutti gli altri convenuti, ribadendo le conclusioni di condanna di cui all’atto di citazione e contestando le avverse eccezioni in merito. L’Avv. Ferdinando Bonon dopo aver richiamato la nozione di “colpa grave” elaborata dalla giurisprudenza contabile anche con riferimento alla fattispecie di cui all’art. 96 c.p.c., ne ribadiva l’assenza in fattispecie, evidenziando gli aspetti relativi all’organizzazione amministrativa e alle capacità professionali dei propri assistiti, confermando le conclusioni di cui alla memoria difensiva. Al termine della discussione, dopo brevi repliche, come da verbale, la causa veniva riservata per la decisione.

DIRITTO

In accoglimento della domanda formulata dal rappresentante della Procura in udienza, va preliminarmente dichiarata la cessazione della materia del contendere nei confronti del convenuto Vignoli, avendo questi provveduto al pagamento della somma di € 1.728,00 pari alla quota di danno ascrittogli in citazione. Dalla documentazione in atti risulta comprovato, infatti, l’avvenuto versamento di € 1.728,00 dal medesimo eseguito in favore dell’Istituto Tesoriere (Cassa di risparmio del Veneto spa) del Comune di Montegrotto Terme, con la seguente causale: “Rimborso vertenza Comune c/o Regione Campania Prov. Napoli e Com. Napoli”.

Ciò stante, rimane da esaminare nel merito la posizione del Sindaco e dei componenti della Giunta Comunale che approvarono la delibera n. 15 del 24 gennaio 2008, foriera del presunto danno erariale.

Tutti i convenuti hanno eccepito l’assenza di colpa grave, invocando la natura discrezionale della scelta effettuata dall’Amministrazione e, quindi, l’insindacabilità nel merito da parte del Giudicante, deducendo che l’azione giudiziaria intrapresa non fosse irrazionale, incongrua, né temeraria.

Osserva il Collegio che, in effetti, la scelta di agire/resistere in giudizio, è sì, di per sé, discrezionale e, come tale, insindacabile da parte del giudice contabile, ma solo ove ricorrano determinate condizioni.

Sul punto, può considerarsi ormai consolidato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui la scelta fatta da un Comune – nell’intendimento di curare i propri interessi – di intraprendere un’azione giudiziale ovvero di resistere a quella intentata da altri, attiene alla sfera della discrezionalità, e quindi, di per sé, non conduce a perseguire, indipendentemente dall’esito della lite, gli autori della scelta sotto il profilo della responsabilità amministrativa, tenuto anche conto che una ragionevole soglia di rischio è comunque implicita in ogni difesa legale (cfr. per tutte, Corte dei conti, Sez. IIa centrale n. 303 del 3.11.2003).

Il limite della insindacabilità non sussiste invece, e non può, conseguentemente, essere invocato dai presunti responsabili del danno, allorché le scelte discrezionali, da cui sia derivato un danno per le pubbliche finanze, siano contrarie alla legge o si rivelino gravemente illogiche, arbitrarie, irrazionali o contraddittorie, come nel caso di lite temeraria. Solo sussistendo tali condizioni il giudice può sindacare il merito della scelta intrapresa dall’Amministrazione.

Si ricorda, a tal proposito, giurisprudenza di questa Sezione secondo la quale la temerarietà della lite o l’irrazionalità e incongruenza della difesa in giudizio deve essere ravvisata nella consapevolezza dell’infondatezza della domanda o nel difetto della normale diligenza per l’acquisizione di detta coscienza e la relativa responsabilità è da ritenere sussistente qualora, per colpa grave -consistente nella mancanza di normale prudenza nel prevedere l’esito della lite- venga posta in essere una condotta processuale assolutamente avventata e priva di giustificazione (Sez. giur. Veneto n.101/2013).

Ciò sta a significare che la semplice opinabilità del diritto azionato e la conseguente prevedibilità del rigetto della domanda, rientrando nell’alea normale di ogni azione giudiziaria, non possono costituire ex se presupposto sufficiente a determinare la responsabilità aggravata a carico del soccombente, occorrendo un quid pluris, rappresentato da una condotta che, in relazione al caso concreto, sia qualificabile come imprudente, avventata o ingiustificata (Cass. Civ. 22.8.1997, n. 7857).

L’affermazione di tale responsabilità postula, nel comportamento della parte “soccombente”, il dolo o la colpa grave, cioè la consapevolezza, o l’ignoranza derivante dal mancato uso di un minimo di diligenza, dell’infondatezza delle proprie tesi, ovvero del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere in giudizio (Cass. Sez. 3a, 23.5.1990, n. 4651).

Ritiene, ancora, il Collegio, condividendo un diffuso orientamento giurisprudenziale, che la mera soccombenza nel giudizio non possa costituire – ex se – un parametro di riferimento per la valutazione della avventatezza o meno del comportamento tenuto, che va accertata attraverso un’indagine ex ante ed in concreto, facendo riferimento alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento in cui venne adottata la deliberazione di resistenza in giudizio dell’Amministrazione e tenuto conto del margine di aleatorietà sempre insito in ogni contesa giudiziaria (cfr. Corte dei conti Sez. IIa Centrale 18.1.2001, n. 36).

Alla luce del richiamato orientamento giurisprudenziale che si condivide pienamente (ex plurimis, sent. Corte dei conti sez. Veneto n.101/2013 e 938/2004), il Collegio deve valutare con riferimento alla vertenza giudiziaria da cui sarebbe derivato, secondo il PM, un esborso dannoso per il Comune, se la scelta dell’Amministrazione di agire in giudizio, valutata ex ante ed in concreto, avesse i requisiti per apparire palesemente irrazionale, incongrua, infondata, se non temeraria. Ciò per verificare se, alla luce di quanto innanzi detto, nella specie, sussistano i presupposti per la sindacabilità della scelta.

Ebbene, avuto riguardo alla concreta situazione di fatto e di diritto esistente all’epoca dell’adozione della delibera, la scelta dell’Amministrazione di adire le vie legali per “l’emergenza rifiuti a Napoli”, non poteva non apparire palesemente incongrua, abnorme e tutt’altro che adeguatamente ponderata. Ed invero, non è dato comprendere dal contenuto della delibera, la cui motivazione peraltro, appare apodittica e contraddittoria, come un evento esclusivamente locale, territorialmente circoscritto alla sola zona del Napoletano, distante centinaia di chilometri dal Comune di Montegrotto, potesse ledere “l’immagine, la credibilità e la reputazione” della località veneta. Alcun cenno vi è in delibera sul nesso di causalità o anche solo di mera occasionalità, tra il fatto materiale in sé considerato e l’asserito danno. Ma v’è di più: viene prima affermato che è l’emergenza rifiuti ad aver cagionato il danno all’immagine della cittadina veneta, poi nel prosieguo della parte motiva viene detto, invece, che il grave danno all’immagine è “derivante dalla pubblicità negativa connessa al problema dell’emergenza rifiuti”. Ma, allora, se la presunta lesione dell’immagine del Comune di Montegrotto derivava dalla “pubblicità negativa data dai mass media europei, fortemente denigratoria per la nostra regione e per l’Italia tutta”, e non già dal fatto “emergenza rifiuti” in sé considerato, cui, invece, si faceva riferimento nella prima parte della delibera, non è dato comprendere, dal punto di vista logico, prima ancora che giuridico, il motivo per cui di tale pubblicità denigratoria dovessero essere chiamate a rispondere le Amministrazioni napoletane, invece che le testate giornalistiche responsabili della presunta diffamazione. Ebbene, sulla base di tali illogiche, incongruenti ed apodittiche affermazioni, gli amministratori hanno deliberato di adire direttamente le vie legali instaurando un giudizio civile, senza preliminarmente verificare la concreta esperibilità dell’azione risarcitoria, le probabilità di accoglimento della domanda e, soprattutto, i prevedibili oneri economici per le casse dell’Ente, inevitabilmente connessi ad ogni azione giudiziaria. È mancata, in altre parole, da parte dei convenuti, qualsivoglia necessaria ponderazione sull’alea del giudizio che si andava ad instaurare e sui rischi conseguenti, anche in termini di oneri economici per il bilancio comunale. Se da un lato, infatti, sembra potersi escludersi la consapevolezza in capo agli stessi della palese infondatezza dell’azione (che avrebbe potenzialmente integrato il requisito soggettivo del dolo, non a caso nemmeno allegato dal Requirente), dall’altro, non v’è dubbio alcuno che gli amministratori abbiano del tutto omesso quelle cautele minime e necessarie che avrebbero consentito, con l’uso della normale diligenza e prudenza, di effettuare tutte le valutazioni preliminari del caso, che secondo l’id quod plerumque accidit, normalmente precedono la scelta di agire in giudizio da parte del quisque de populo: acquisire notizie, informazioni e, se del caso, pareri “tecnici” sulla giustiziabilità della pretesa e sulle percentuali di successo dell’azione. E ciò, a maggior ragione se, come sostenuto in udienza dalla difesa, le capacità professionali degli amministratori non erano elevate, essendo essi “imperiti” nelle materie giuridiche: ed invero, l’uso della normale diligenza e prudenza avrebbe richiesto, o meglio imposto, di munirsi dell’assistenza di persone “perite” cui chiedere lumi prima di deliberare un’azione giudiziaria “al buio” e senza alcuna cognizione di causa. In tal modo, prima di decidere di agire in giudizio, i convenuti avrebbero potuto e dovuto, quanto meno, richiedere formalmente il parere del segretario comunale quale organo garante della legalità dell’Ente. Nell’occasione, invece, il segretario risulta aver assistito alla seduta di Giunta in veste di mero verbalizzante, senza che sia stato previamente sollecitato o richiesto del parere di legittimità sulla delibera. Appare utile ricordare, a tal fine, che il suddetto parere, ancorché non più obbligatorio ex lege 127/1997 (c.d. riforma Bassanini) che ha abrogato l’art. 53 della legge 142/1990 che lo prevedeva, rientra comunque tra le competenze istituzionali del funzionario statale (e, come tale, privo di oneri economici per l’Ente) cui l’art. 97 comma 2 del T.U.E.L. riconosce “compiti di collaborazione” e “di assistenza giuridico amministrativa nei confronti degli organi dell’ente in ordine alla conformità dell’azione amministrativa alle leggi, allo statuto ed ai regolamenti”. Cautela e prudenza inoltre, avrebbero suggerito, al più, di percorrere eventualmente e preliminarmente le vie stragiudiziali, sicuramente meno onerose, invece che affrettarsi ad agire in giudizio in modo avventato, così esponendosi alle prevedibili conseguenze di un’azione giudiziaria alquanto sconsiderata.

L’esito del giudizio di primo grado che ha visto la totale soccombenza del Comune ricorrente con condanna alle spese di lite, non è altro che una conferma ex post della palese avventatezza dell’azione.

Ed invero, il Giudice ordinario dopo aver respinto le eccezioni di difetto di giurisdizione e di incompetenza territoriale, ha affermato “Nel merito, la domanda risarcitoria dell’attore si presenta manifestamente infondata”. Ha rilevato altresì il giudicante l’assenza di “un rapporto diretto di causalità ai sensi dell’art. 1223 c.c. tra le negligenze delle amministrazioni campane ed il danno lamentato dell’attore. Il danneggiato sarebbe lo Stato Italiano e solo indirettamente tutti coloro (soggetti pubblici e privati) che vi appartengono, i quali tuttavia, non potrebbero vantare una posizione giuridica differenziata rispetto a quella dello Stato. In effetti, non si comprende per quale particolare ragione al Comune di Montegrotto, fra le migliaia di Comuni italiani (moltissimi dei quali a vocazione turistica) e fra i milioni di soggetti privati e pubblici che risiedono ed operano in Italia, dovrebbe competere un’azione risarcitoria per un pregiudizio all’immagine patito dall’intera collettività nazionale”. L’infondatezza dell’azione è stata sottolineata dal Giudice anche sotto altri profili, non avendo la dedotta campagna diffamatoria sull’emergenza rifiuti mai riguardato il Comune di Montegrotto, atteso che “negli articoli di giornale esibiti dalla difesa dell’attore non si fa cenno al Comune di Montegrotto ed anzi si osserva al tendenza a caratterizzare il problema come prettamente napoletano”. Ha osservato, ancora, il Giudice che “il Comune di Montegrotto oltre a non precisare in cosa sarebbe consistito il danno all’immagine (confondendo l’evento dannoso ossia la lesione all’immagine della p.a. con le sue possibili conseguenze, cioè con la diminuzione delle presenze turistiche) neppure ha indicato quale somma di denaro le spetterebbe a ristoro … La genericità del petitum, ossia la difficoltà ad individuare un criterio per la liquidazione del danno avrebbe dovuto indurre l’attore a riflettere circa la fondatezza dell’azione che si accingeva ad esercitare… Sorge a questo punto il sospetto che la domanda sia stata proposta non per finalità di giustizia, ma abusando dello strumento processuale per mere ragioni di propaganda, per sostenere un ruolo politico avanti ai cittadini di Montegrotto o per altre biasimevoli ragioni. Per questo motivo, della vicenda processuale, sicuramente pregiudizievole in termini economici per il Comune di Montegrotto che dovrà sostenere spese processuali, deve essere investita la Corte dei conti per le determinazioni di sua competenza…”.

Né il dedotto mancato accoglimento della domanda di condanna del Comune attore per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., come eccepito dalla difesa, può avere una qualche valenza scriminante o attenuante della responsabilità amministrativa dei convenuti. Va preliminarmente precisato che, nella specie, non vi è stata alcuna statuizione di rigetto della domanda per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., atteso che il Tribunale non si è proprio pronunciato sul punto, né vi sono elementi per attribuire all’omessa pronuncia, il valore di una decisione implicita di rigetto per asserita, presunta, non ravvisabilità della “colpa grave” in capo al Comune attore, come prospettato dalla difesa. Ed invero, “una domanda su cui il giudice non ha provveduto, può considerarsi respinta – con pronuncia implicita da impugnare nel merito, a pena di improponibilità di tale domanda anche in un nuovo giudizio – soltanto se indissolubilmente legata ad un’altra su cui il giudice ha deciso, in quanto ne costituisce il presupposto e il necessario antecedente logico giuridico; altrimenti, se la connessione è occasionale e il giudice non ha provveduto, è configurabile il vizio di omessa pronuncia” (Cass. civ. sez. 2a n.15373/2000).

Dalla lettura degli atti del contenzioso in oggetto, pare potersi senz’altro escludere l’esistenza dei presupposti quali innanzi individuati dalla Suprema Corte per desumere che la domanda ex art. 96 c.p.c., sia stata “implicitamente rigettata”, trattandosi di un capo di domanda autonomo e distinto dagli altri. Ne consegue che all’omessa pronuncia sul punto, non può attribuirsi alcun significato, né in un senso, né nell’altro, trattandosi comunque di aspetto che non impinge sul diverso profilo della responsabilità amministrativa che, in fattispecie, prescinde da una previa condanna per lite temeraria. Ed invero, “il giudice ordinario ha perciò definito il merito della controversia principale senza alcuna valutazione della condotta delle parti nei termini indicati dall’art. 96 c.p.c. La neutralità della pronuncia del giudice ordinario circa la ricorrenza degli elementi della responsabilità per lite temeraria – istituto che l’ordinamento prevede soltanto a tutela delle parti processuali – non impedisce di valutare, sotto il diverso profilo della responsabilità amministrativa, la condotta di amministratori o dipendenti pubblici cui è riconducibile la decisione di agire o resistere in giudizio” (così Corte conti, Sez. giur. Puglia 724/2013 per fattispecie simile).

Fermo restando quanto sopra, osserva il Collegio che, ancorché il giudice ordinario non si sia pronunciato sulla domanda ex art. 96 c.p.c., comunque, dal tenore della motivazione emerge chiaramente il convincimento del giudicante sull’utilizzo abusivo dello strumento processuale per ragioni assolutamente estranee a quelle sue proprie, vale a dire la difesa di diritti/interessi costituzionalmente garantita dall’art. 24. Né può assumere rilevanza in senso contrario, la contestata esistenza di reconditi motivi politici da parte degli interessati, avendo comunque il giudicante fatto esplicito riferimento ad “altre biasimevoli ragioni”. Del resto, il Giudice civile ha dato conto in motivazione degli effetti economici sicuramente pregiudizievoli per il Comune derivanti dalla palese soccombenza in giudizio, stante il considerevole importo delle spese processuali liquidate in favore dei convenuti per un importo totale di € 21.990,00.

Considerazioni in tutto analoghe a quelle appena svolte vanno fatte con riguardo all’implicito riconoscimento da parte del Tribunale della legittimatio ad causam in capo all’attore, non ritenendo il Collegio che detta circostanza, afferente la regolare instaurazione del contraddittorio processuale (in quanto condizione dell’azione, attinente la affermata titolarità del potere di promuovere il giudizio, cfr Cass. civ. n. 5141/2002), possa avere un qualche effetto scriminante o diminuente della responsabilità dei convenuti, la cui condotta assolutamente avventata, per non dire spregiudicata, appare priva di qualsiasi giustificazione.

Alla luce delle considerazioni esposte, appare evidente in fattispecie la ricorrenza della colpa grave quale elaborata dalla giurisprudenza contabile, in termini di condotta caratterizzata da un comportamento connotato da notevole negligenza, imprudenza, imperizia, posto in essere senza l’osservanza di quel livello minimo di diligenza che il caso concreto richiede, avuto riguardo al tipo di attività svolta e alla cognizioni professionali degli agenti (ex plurimis, SSRR 10 giugno 1997 n.56). Nella specie, la gravità della colpa consiste, come detto, nell’aver deliberato senza cognizione di causa, una azione giudiziaria riconoscibile ex ante come palesemente avventata, incongrua e priva di fondamento logico oltre che giuridico, omettendo di vagliare e ponderare preventivamente, prudentemente e diligentemente, i rischi dell’azione e gli esiti probabili del giudizio; valutazione che, avuto riguardo alla natura legale dell’attività deliberata e all’assenza di competenza in tal senso in capo agli amministratori, avrebbe dovuto essere, dagli stessi, previamente demandata a persone esperte nel settore, quale ad esempio, il segretario comunale, per quanto innanzi detto.

Concludendo, ritiene il Collegio che la domanda attrice debba essere accolta ravvisandosi in capo al Sindaco e agli assessori che approvarono la delibera 15/2008, oltre che la colpa grave, tutti gli altri presupposti della responsabilità amministrativa, ancorché non contestati, quali la condotta antigiuridica, il nesso di causalità materiale e il danno erariale rappresentato dalle spese di soccombenza e di difesa legale conseguenti all’azione giudiziaria intrapresa.

Ne consegue la condanna dei convenuti Claudio, Belluco, Squarcina, Marcolongo e Tasinato al risarcimento del danno nelle percentuali per ciascuno indicate nell’atto di citazione, vale a dire € 6.567,00 pro capite, oltre rivalutazione monetaria decorrente dalla data dell’esborso, vale a dire dalla data dei mandati di pagamento emessi in esecuzione della sentenza del Tribunale civile di Padova n.273/2010, fino al deposito della presente sentenza, nonché interessi legali dal deposito al saldo.

Le spese di giudizio così come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza e vanno poste a carico dei convenuti in solido tra loro.

P.Q.M.

La Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale Regionale per il Veneto, definitivamente pronunciando, respinta ogni contraria eccezione, deduzione e conclusione, così provvede:

- Dichiara la cessazione della materia del contendere nei confronti del convenuto Vignoli;

- Condanna i convenuti Claudio, Belluco, Squarcina, Marcolongo e Tasinato al pagamento in favore del Comune di Montegrotto Terme, di € 6.567 ciascuno, oltre rivalutazione monetaria dalla data dell’esborso al deposito della presente sentenza, nonché interessi legali dal deposito al saldo;

- Condanna i convenuti Claudio, Belluco, Squarcina, Marcolongo e Tasinato, in solido tra loro, alla rifusione delle spese di giudizio che si liquidano in € 1.090,83 (euro millenovanta/83).

Così deciso in Venezia nella camera di consiglio del 15 maggio 2013.

Il Relatore Il Presidente

F.to Luisa de Petris F.to Angelo Buscema

Deposito in Segreteria il 10/07/2013

p. IL FUNZIONARIO PREPOSTO

F.to Donatella Bonaiuti

 

- 14 gennaio 2011, Il Corriere del Veneto Fa causa a Napoli, perde e rischia di finire alla corte dei conti >>>
- 14 gennaio 2011, Il Gazzettino di Padova “Il Comune perde la causa contro Napoli” >>>
- 14 gennaio 2011, Il Mattino di Padova “Persa la causa per i rifiuti di Napoli” >>>

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